venerdì 11 aprile 2008

Non capisco (almeno) una cosa del PDL

La campagna elettorale finalmente volge al termine. Inutile come prevedibile, fiacca, a tratti svogliata. Una cosa mi ha deluso più delle altre. Il fatto che in ogni intervento dei principali esponenti del PDL una ampia parte del discorso aveva ad oggetto il PD. E via a enumerare errori, storture, malefatte del PD per tentare di dimostrare malafede, incopetenza e, per questa via, proclamare l'inutilità se non addirittura la dannosità del voto. Ma se il PDL ha davvero politici che ambiscono al ruolo e al rango di statisti; se ha un programma ben fatto, organico, armonioso; se i propri candidati sono membri illustri della società civile, che bisogno c'era di parlare, come ossessi, del PD? Procedendo in questo modo, a mio avviso, si è data l'impressione che non un qualche dialogo si volesse instaurare coi cittadini che in ogni parte d'Italia accorrevano alle manifestazioni, ma piuttosto martellare su alcuni tasti con gli stessi metodi di antiche propagande. E da liberale devo dire che, quasi sempre, si martella sulle cose non vere, non evidenti, solo abbozzate o ipotizzate. Ma forse qualcuno on line può dirmi dove sbaglio. Da liberale non avrei problemi ad ammetterlo. Aiutatemi allora.

giovedì 10 aprile 2008

Centomila case per centomila plebei

Nel programma del PD si fa cenno al problema della casa, problema avvertito principalmente dai giovani, e si propone la costruzione di centomila alloggi da destinare a fasce sociali svantaggiate. Visto che il capitale privato va alla ricerca di una congrua remunerazione, pari almeno a quella che si otterrebbe attraverso impieghi alternativi di rischiosità analoga, è evidente che tale intervento, al di la dei proclami, richiederà un sostegno economico, parziale o totale, da parte del pubblico erario. Ma non è il profilo di spesa che ci preoccupa principalmente. Quel che delude è un'analisi carente del problema. In Italia non mancano alloggi in generale. Quanti paesi della fascia collinare appenninica ad esempio sono zeppi di alloggi che nessuno vuole acquistare, alloggi che nessuno affitta se non per scorci d'anno. Le case mancano nelle aree urbane, già densamente popolate e con una superficie sfruttata in maniera intensiva, maggiormente dinamiche. Dinamicità, economica ed in parte sociale, che rappresenta proprio la forza attrattrice di sempre nuove persone. Il problema della casa è divenuto più intenso a Roma proprio negli anni in cui la capitale ha esibito dei tassi di crescita dell'attività economica mediamente superiori a quelli del resto del paese. Ma va detto chiaramente che non ha senso costruire nuovi alveari in periferia, nuovi quartieri dormitorio dai quali e verso i quali i residenti affrontano quotidiani viaggi della speranza. Roma, che ambisce al ruolo di capitale europea, è una città con un sistema dei trasporti ridicolo. Non è pensabile lavorare in centro e risiedere a Guidonia, ad esempio, se non mettendo in conto quotidiani viaggi lunghi, scomodi e funestati da frequenti inconvenienti. In Inghilterra è possibile risiedere invece tra le verdi colline dello Yorkshire e raggiungere Londra in tempi umani. Se si vogliono aiutare i giovani è importante aumentare l'offerta di alloggi, ma non con politiche populiste degne dell'Italia in camicia nera, ma attraverso interventi strutturali che consentendo di espandere fortemente l'area nella quale è possibile risiedere senza incorrere in soverchi costi di spostamento, rendano automaticamente appetibili migliaia di alloggi, notate bene, già disponibili. Purtroppo in questo paese è più facile tirar fuori delle idee magari costosissime per le casse dello Stato, ma buone per uno slogan piuttosto che cercare di prendere il toro per le corna, fornendo una soluzione coerente e praticabile.

martedì 8 aprile 2008

L'Umberto sente odore di pareggio

Che nel repertorio del buon Umberto ci fossero pezzi di un certo peso era noto da tempo a tutti. Non stupisce quindi l'uscita sui fucili da imbracciare per l'ordine delle liste sulle schede. Uscita che fa il paio con quella di qualche anno fa secondo cui i fucili si sarebbero dovuti imbracciare per andare a snidare, casa per casa, quelli che secondo lui erano i fascisti e che oggi sono grossa parte della sua coalizione.
Cosa bolle in pentola? L'Umberto sente odore di pareggio, intravede la possibilità di accordo tra PDL, PD e magari anche UDC e sa che se la cosa andrà in porto non ci sarà spazio per la Lega. Così come il PD ha potato i cespugli, al centro destra si chiederà un biglietto d'ingresso rappresentato dal benservito al carroccio. Per tentare di frenare questa tendenza, che nelle intenzioni di voto pare evidente, l'Umberto tenta di avvelenire il clima per scavare un solco quanto più ampio possibile tra i due schieramenti. Da un punto di vista tattico gode di un vantaggio visto che Silvio, oltre a discettare dell'età e della salute dell'Umberto, non può concedersi uscite più velenose ed incisive. Tuttavia più che un solco servirebbe un fossato per escludere fin d'ora l'esito dell'accordo. E non è detto che possa bastare visto che i pontieri sono già alacremente al lavoro da tempo.

lunedì 7 aprile 2008

Fucili caricati a balle

L'uscita del buon Umberto a proposito dei fucili da rispolverare se la scheda elettorale non dovesse essere emendata è davvero entusiasmante. Bhè, certo, se questo fosse un paese serio e se la parola dei politici, al pari di quella dei galantuomini, valesse tanto quanto un contratto l'aggettivo più appropriato sarebbe preoccupante e non entusiasmante. Ma dobbiamo fare i conti con la nostra vera natura e quindi oltre a fare quello che Veltroni ha fatto durante un comizio (interrogarsi retoricamente sulla possibile collocazione del buon Umberto al dicastero delle riforme istituzionali) è forse opportuno dedicare il nostro tempo produttivo a qualcos'altro.
Tuttavia una domanda (forse retorica) ci ronza per la testa. Ma come, il buon Umberto non ha proferito verbo quando le infrastrutture di cui il nord produttivo ha bisogno come dell'aria non venivano realizzate; non ha smosso nemmeno un plotone per la ventilata chiusura di Malpensa, opera che doveva essere un fiore all'occhiello per l'intero paese; non ha tuonato contro la pressione fiscale che drena risorse prodotte al nord tramite la concorrenza sui mercati per dirottarle al sud dove finiscono nella rete delle clientele inproduttive; non ha.....e potremmo continuare per due giorni e tre notti. Ma ha minacciato la sommossa armata per "l'ordine delle liste sulle schede elettorali". Per chi è abituato alle pagine rosa, l'ordine in cui si presentano gli articoli non è indifferente certo, ma da qui a farne un caso di stato ce ne corre. Comunque sia il buon Umberto ha calamitato su di se i riflettori della politica, sottraendoli ai concorrenti, ma non come fanno gli statisti, ma al pari degli ortolani che, per antica saggezza, sanno bene che anche le fragole di Terracina non si vendono se non attraverso urla poderose.
PS per Silvio: se va bene, sappiamo il nome del ministro delle riforme. Se va male, non tutto è perduto: almeno un nome nuovo per Zelig lo abbiamo.

domenica 6 aprile 2008

Tre menzogne per una campagna elettorale

La democrazia italiana è in pericolo. A cingerla d'assedio sono le menzogne con le quali si è annacquata la campagna elettorale. Abbiamo assistito alla maggiore operazione di disinformazione verificatasi nel mondo libero nel corso degli ultimi decenni.
La prima menzogna è quella che descrive i partiti, soprattutto quelli piccoli, come una delle cause fondamentali dei problemi italiani. Non c'è stato nessuno che abbia fatto notare come la nostra Costituzione garantisca in capo ad ogni singolo cittadino il diritto di esprimere le proprie opinioni, di associarsi con altri cittadini per il perseguimento di fini legittimi, che come unico limite alla costituzione di partiti ponga il rispetto del metodo democratico. Non c'è stato nessuno dei commentatori avvezzi a propinarci ovvietà illuminate che abbia voluto sottolineare il fatto che in una democrazia rappresentativa se i cittadini partecipano in prima persona alla vita democratica è un buon segno per la democrazia stessa, vuol dire che le istituzioni repubblicane godono di buona salute e sono quindi in grado di assolvere i propri compiti in maniera efficace. E non c'è stato nessuno che abbia alzato la mano per far notare l'inesistenza stessa della questione. C'è, infatti, un meccanismo molto semplice per partire da una qualsiasi situazione partitica, anche molto frastagliata, ed arrivare ad un'assemblea legislativa con una maggioranza coesa ed autonoma. Non si tratta di alchimie medievali, ma di una legge elettorale compiutamente maggioritaria.
La seconda menzogna è stata quella dell'avvio di processi aggregativi sia a sinistra, col PD, sia a destra, col PDL. Sul versante di sinistra si è trattato della prosecuzione, con forme e toni leggermente differenti, del processo di egemonia che già il PCI avviò. Lo testimonia, tra l'altro, il fatto che nella fase costituente del PD non sia stata rappresentata la cultura e la tradizione socialista. Va dato atto al buon Boselli di aver sottolineato in maniera sagace il fatto che è difficile costituire un partito sinceramente democratico avendo seduti in prima fila alti prelati e autoproclamati capitani d'impresa. Sul versante di destra non si può dire se processo aggregativo ci sia stato davvero. FI non ha mai avuto una vita democratica interna. Nessun organo rappresentativo si è pronunciato. Dal predellino, il genio del leader ha creato un nuovo soggetto. Non ci stupisce che gli aennini siano ancor oggi affascinati dal mito del partito unico. Va rilevato che il PDL deve ringraziare personaggi improbabili se la sua credibilità non è scesa dallo 0,3 allo zero assoluto. Deve ringraziare una valletta che ha pensato bene di continuare a fare quello che l'ha resa nota senza cedere alle sirene della politica. Deve ringraziare il leader de La Destra, che rivendica con fierezza il diritto di dar voce ai propri ideali, se nella compagnia che va sotto la ragione sociale di popolo delle libertà non ci sono anche i tardi epigoni della scuola di Salò.
La terza menzogna è quella del voto utile. Nessuno si è preso la briga di specificare utile nei confronti di chi. Un voto a questo PD è un voto utile a Veltroni e alla classe dirigente di cui è esponente. Un voto che consentirebbe di trarre una nuova legittimazione. Un voto a questo PDL è un voto utile a Berlusconi, ai suoi interessi economici, alle sue mire politiche. Un voto utile ai delfini e ai vassalli. Ma non sarà, nell'uno e nell'altro caso, un voto utile per l'Italia e per i suoi cittadini. Troppo poco importanti gli impegni programmatici, troppo confusa l'idea che questi candidati hanno del paese reale, troppo scarsa la cultura e l'esperienza di cui possono farsi alfieri.
La prossima legislatura poggerà su queste basi. Nessuno si illuda che possa dare risposte concrete anche solo ad alcuni dei problemi del paese. La cosa peggiore che possa capitarci in sorte è che anche dopo la chiusura dei seggi si continui con questo gioco dei ruoli, che anche dopo il 15 aprile la politica non sappia far altro che propinare ai cittadini nuove e più colossali menzogne.