martedì 8 aprile 2008

L'Umberto sente odore di pareggio

Che nel repertorio del buon Umberto ci fossero pezzi di un certo peso era noto da tempo a tutti. Non stupisce quindi l'uscita sui fucili da imbracciare per l'ordine delle liste sulle schede. Uscita che fa il paio con quella di qualche anno fa secondo cui i fucili si sarebbero dovuti imbracciare per andare a snidare, casa per casa, quelli che secondo lui erano i fascisti e che oggi sono grossa parte della sua coalizione.
Cosa bolle in pentola? L'Umberto sente odore di pareggio, intravede la possibilità di accordo tra PDL, PD e magari anche UDC e sa che se la cosa andrà in porto non ci sarà spazio per la Lega. Così come il PD ha potato i cespugli, al centro destra si chiederà un biglietto d'ingresso rappresentato dal benservito al carroccio. Per tentare di frenare questa tendenza, che nelle intenzioni di voto pare evidente, l'Umberto tenta di avvelenire il clima per scavare un solco quanto più ampio possibile tra i due schieramenti. Da un punto di vista tattico gode di un vantaggio visto che Silvio, oltre a discettare dell'età e della salute dell'Umberto, non può concedersi uscite più velenose ed incisive. Tuttavia più che un solco servirebbe un fossato per escludere fin d'ora l'esito dell'accordo. E non è detto che possa bastare visto che i pontieri sono già alacremente al lavoro da tempo.

lunedì 7 aprile 2008

Fucili caricati a balle

L'uscita del buon Umberto a proposito dei fucili da rispolverare se la scheda elettorale non dovesse essere emendata è davvero entusiasmante. Bhè, certo, se questo fosse un paese serio e se la parola dei politici, al pari di quella dei galantuomini, valesse tanto quanto un contratto l'aggettivo più appropriato sarebbe preoccupante e non entusiasmante. Ma dobbiamo fare i conti con la nostra vera natura e quindi oltre a fare quello che Veltroni ha fatto durante un comizio (interrogarsi retoricamente sulla possibile collocazione del buon Umberto al dicastero delle riforme istituzionali) è forse opportuno dedicare il nostro tempo produttivo a qualcos'altro.
Tuttavia una domanda (forse retorica) ci ronza per la testa. Ma come, il buon Umberto non ha proferito verbo quando le infrastrutture di cui il nord produttivo ha bisogno come dell'aria non venivano realizzate; non ha smosso nemmeno un plotone per la ventilata chiusura di Malpensa, opera che doveva essere un fiore all'occhiello per l'intero paese; non ha tuonato contro la pressione fiscale che drena risorse prodotte al nord tramite la concorrenza sui mercati per dirottarle al sud dove finiscono nella rete delle clientele inproduttive; non ha.....e potremmo continuare per due giorni e tre notti. Ma ha minacciato la sommossa armata per "l'ordine delle liste sulle schede elettorali". Per chi è abituato alle pagine rosa, l'ordine in cui si presentano gli articoli non è indifferente certo, ma da qui a farne un caso di stato ce ne corre. Comunque sia il buon Umberto ha calamitato su di se i riflettori della politica, sottraendoli ai concorrenti, ma non come fanno gli statisti, ma al pari degli ortolani che, per antica saggezza, sanno bene che anche le fragole di Terracina non si vendono se non attraverso urla poderose.
PS per Silvio: se va bene, sappiamo il nome del ministro delle riforme. Se va male, non tutto è perduto: almeno un nome nuovo per Zelig lo abbiamo.

domenica 6 aprile 2008

Tre menzogne per una campagna elettorale

La democrazia italiana è in pericolo. A cingerla d'assedio sono le menzogne con le quali si è annacquata la campagna elettorale. Abbiamo assistito alla maggiore operazione di disinformazione verificatasi nel mondo libero nel corso degli ultimi decenni.
La prima menzogna è quella che descrive i partiti, soprattutto quelli piccoli, come una delle cause fondamentali dei problemi italiani. Non c'è stato nessuno che abbia fatto notare come la nostra Costituzione garantisca in capo ad ogni singolo cittadino il diritto di esprimere le proprie opinioni, di associarsi con altri cittadini per il perseguimento di fini legittimi, che come unico limite alla costituzione di partiti ponga il rispetto del metodo democratico. Non c'è stato nessuno dei commentatori avvezzi a propinarci ovvietà illuminate che abbia voluto sottolineare il fatto che in una democrazia rappresentativa se i cittadini partecipano in prima persona alla vita democratica è un buon segno per la democrazia stessa, vuol dire che le istituzioni repubblicane godono di buona salute e sono quindi in grado di assolvere i propri compiti in maniera efficace. E non c'è stato nessuno che abbia alzato la mano per far notare l'inesistenza stessa della questione. C'è, infatti, un meccanismo molto semplice per partire da una qualsiasi situazione partitica, anche molto frastagliata, ed arrivare ad un'assemblea legislativa con una maggioranza coesa ed autonoma. Non si tratta di alchimie medievali, ma di una legge elettorale compiutamente maggioritaria.
La seconda menzogna è stata quella dell'avvio di processi aggregativi sia a sinistra, col PD, sia a destra, col PDL. Sul versante di sinistra si è trattato della prosecuzione, con forme e toni leggermente differenti, del processo di egemonia che già il PCI avviò. Lo testimonia, tra l'altro, il fatto che nella fase costituente del PD non sia stata rappresentata la cultura e la tradizione socialista. Va dato atto al buon Boselli di aver sottolineato in maniera sagace il fatto che è difficile costituire un partito sinceramente democratico avendo seduti in prima fila alti prelati e autoproclamati capitani d'impresa. Sul versante di destra non si può dire se processo aggregativo ci sia stato davvero. FI non ha mai avuto una vita democratica interna. Nessun organo rappresentativo si è pronunciato. Dal predellino, il genio del leader ha creato un nuovo soggetto. Non ci stupisce che gli aennini siano ancor oggi affascinati dal mito del partito unico. Va rilevato che il PDL deve ringraziare personaggi improbabili se la sua credibilità non è scesa dallo 0,3 allo zero assoluto. Deve ringraziare una valletta che ha pensato bene di continuare a fare quello che l'ha resa nota senza cedere alle sirene della politica. Deve ringraziare il leader de La Destra, che rivendica con fierezza il diritto di dar voce ai propri ideali, se nella compagnia che va sotto la ragione sociale di popolo delle libertà non ci sono anche i tardi epigoni della scuola di Salò.
La terza menzogna è quella del voto utile. Nessuno si è preso la briga di specificare utile nei confronti di chi. Un voto a questo PD è un voto utile a Veltroni e alla classe dirigente di cui è esponente. Un voto che consentirebbe di trarre una nuova legittimazione. Un voto a questo PDL è un voto utile a Berlusconi, ai suoi interessi economici, alle sue mire politiche. Un voto utile ai delfini e ai vassalli. Ma non sarà, nell'uno e nell'altro caso, un voto utile per l'Italia e per i suoi cittadini. Troppo poco importanti gli impegni programmatici, troppo confusa l'idea che questi candidati hanno del paese reale, troppo scarsa la cultura e l'esperienza di cui possono farsi alfieri.
La prossima legislatura poggerà su queste basi. Nessuno si illuda che possa dare risposte concrete anche solo ad alcuni dei problemi del paese. La cosa peggiore che possa capitarci in sorte è che anche dopo la chiusura dei seggi si continui con questo gioco dei ruoli, che anche dopo il 15 aprile la politica non sappia far altro che propinare ai cittadini nuove e più colossali menzogne.

sabato 29 marzo 2008

Laici e liberali nel prossimo parlamento

Probabilmente nella prossima legislatura non ci saranno rappresentanti della tradizione e della cultura liberale. E' evidente il fallimento dei tanti che hanno preferito l'amicizia e la benevolenza del principe alla costituzione di un soggetto politico liberale autonomo ed indipendente. Nel momento in cui la vita politica italiana si è incarognita, basata com'è oggi sugli slogan, sulle menzogne, sulle campagne di disinformazione è difficile che possano tornare utili persone che non hanno mai perso il vizio di pensare con la propria testa, persone che non credono nell'obbedienza come in valore assoluto. Ed è questo il motivo per cui tali persone sono state espulse dalle liste del centro destra; meglio degli ascari obbedienti che dei battitori liberi, anche a costo di imbarcare degli emeriti sconosciuti o, peggio ancora, dei soggetti inquietanti.
Comunque sia, prima di abbandonarsi al pessimismo cosmico è possibile soffermarsi su due considerazioni. In primo luogo, subito dopo le elezioni sarà necessarion avviare la costituzione di un autonomo soggetto liberale, senza sprecare più di tre giorni nel cercare di mettere d'accordo tutte quelle sigle che si professano liberali. Liberale è che il liberale lo fa, non chi utilizza un'etichetta per ostacolare la costituzione di qualcosa di nuovo solo in base ai suoi desideri ed alle sue pretese. In secondo luogo, una forza non vassalla ai due poli, con liste presenti in tutta Italia, laica e liberale alle prossime elezioni ci sarà: il buon Partito Liberale Italiano. Credo che valga la pena sostenere questa avventura piuttosto che andarsene al mare o, peggio ancora, esprimere un voto dannoso per il nostro paese e la nostra democrazia.

sabato 23 febbraio 2008

Federalismo: ritorno al Medioevo?

Quando nel nostro paese si parla di federalismo il mio pensiero va alla scena del film "non ci resta che piangere" in cui compare una dogana dove il responsabile pretende più volte il pagamento di una gabella: il famoso "quanti siete, dove andate, un fiorino". Questo perchè, a mio avviso, la riforma dello Stato centralizzato non è stata affrontata pensando ad una soluzione ottimale, capace di favorire la partecipazione democratica dei cittadini, ma è sostanzialmente la sommatoria dei prezzi politici che varie coalizioni nel corso degli anni hanno pagato alla Lega per tirarla dalla loro parte. E' difficile riscontrare una qualche logica in una suddivisione delle competenze legislative chiara solo a parole, in proclami altisonanti e nel permanere di una finanza locale che deriva il grosso delle sue risorse dai trasferimenti dello Stato. La prossima regionalizzazione dell'Italia sarà verosimilmente l'occasione per passare dall'ottusa e onnipresente burocrazia statale a 20 pregevolissime burocrazie regionali. Tale esisto dovrebbe essere scontato data la smania di protagonismo delle classi politiche locali e la tendenza alla differenziazione sempre più accentuata. Con la regionalizzazione si pongono le basi per introdurre nella nostra società delle forti discriminazioni. Formalmente si pongono sullo stesso piano tutte le regioni. In pratica, la differente estensione territoriale, la popolazione e la distribuzione fortemente eterogenea del potenziale economico faranno si che le capacità progettuali e operative di alcune regioni saranno fortemente limitate. Andrebbe forse approfondita la riflessione secondo cui alcune regioni sono entità storicamente e socilmente definite, altre sono delle fittizie entità amministrative, prive d'anima. Se il federalismo va inteso come l'occasione che questo popolo ha per darsi delle regole più vicine alle esigenze e alla sensibilità dei cittadini bisognerebbe ripensare il numero, i confini e l'articolazione delle Regioni in modo da avere macroaree nelle quali abbia un senso articolare politiche. E bisognerebbe necessariamente ripensare in maniera organica le funzioni da far svolgere al pubblico, eliminandone svariate, dirigendo a livello locale la capacità operativa, riservando al centro politiche d'indirizzo che per la loro definizione richiedono uno staff relativamente piccolo. Va da se che in uno scenario di seria riforma l'accrocco delle province dovrebbe essere risolto con la loro immediata abolizione. Purtroppo penso che dalla stasi dell'oggi il federalismo tornerà all'onore delle cronache solo quando sarà conveniente pagare un ulteriore prezzo, per ulteriore servigi. Con buona pace dello spirito riformista.