domenica 25 gennaio 2009

Commenti alla mozione di Impegnati-UPL al congresso del PLI

Cari amici, ritengo che la vostra iniziativa in quanto trasparente e alla luce del sole sia meritevole di apprezzamento. A ridosso di un congresso sarebbe infatti opportuno poter avere almeno un'idea della materia del contendere. Le linee generali del documento sono interessanti e condivisibili. Ci sono però dei dettagli che, a mio modo di vedere, lasciano a desiderare forse per una elaborazione troppo concentrata nel tempo. Spero che possiate accogliere con spirito costruttivo i rilievi critici che colgo l'occasione di presentarvi. Punti 1 e 2: ottimi. Punto 3: come si concilia con l'attuale statuto? Punto 4: ma se in 2 si è criticata l'azione del PDL e si pongono condizioni per un'alleanza, l'esordio del punto 4 è incoerente o, nella migliore delle ipotesi, limita fortemente il potere negoziale (visto che si indica un solo esito come coerente con le disposizioni congressuali). Inoltre, pensare che disposizioni dal centro siano il regolo per le alleanze alle amministrative è una posizione molto old stile che non collima con le esigenze e le istanze locali. Nell'appendice 1, quando si parla di "potere economico", si propugna a cuor leggero la bancarotta del sistema previdenziale pubblico (ve ne sarete accorti, no, che questo implica dire come voi fate: abolizione dell'obbligo di versamento dei contributi all'inps) e allo stesso tempo e sullo stesso piano l'inezia dell'abolizione dei sostituti d'imposta A proposito di Valori Naturali non mi è chiaro come in un contesto liberale lo Stato Liberale possa e debba introdurre la religione (laica) (feticcio) della moralità che si declina nell'onestà. Naturalmente nulla contro l'onestà e i suoi cultori, ma sono sempre un po a disagio quando la politica deve essere impostata su binari morali che come tali pre-esistono all'agire politico. Il passaggio successivo è preoccupante. Dopo aver esordito con la libertà e la proprietà privata, dopo esser passati per l'onestà, si arriva ai graffiti al congiuntivo e all'accademia della crusca. Scelta forse eccessiva, quantomeno nel paragrafo dei "Valori Naturali". Gli interventi delineati alla fine del paragrafo tornano ad essere incisivi, coerenti, appropriati. Il terzo paragrafo, titolato "Orgoglio italiano" ha un tono un po' troppo da sparata. Non vi sottraete al (talvolta tragico) errore di considerare la politica estera come strumento di prestigio e non come strumento per la tutela degli interessi nazionali. Non è chiaro cosa vogliate dall'Europa, cosa proponete per lei e come si colleghi all'orgoglio italiano. Spero che i miei commenti possano esservi utili per mettere a punto alcuni aspetti. Buon lavoro e a rivederci al congresso. Cari saluti, Dino Barti.

martedì 2 dicembre 2008

Misure anticrisi in crisi d'identità

Il decreto legge varato dal Governo per contribuire ad arginare gli effetti della recessione ha guadagnato le prime pagine dei giornali e ha suscitato notevoli aspettative. Credo però che, a conti fatti, molti resteranno delusi. La manovra infatti ha un leggero effetto restrittivo: riduce le spese e aumenta le entrate più di quanto allarghi i cordoni della borsa. Proprio quello che ci voleva in un periodo del genere! Che non si tratti di illazioni lo dimostra la lettura attenta (e paziente) della relazione tecnica allegata al decreto.
Per certi verso emblematico del modo affrettato ed approssimativo in cui questo testo è stato elaborato è l'articolo 10. Sulla carta avrebbe dovuto dare una mano alle imprese attraverso la riduzione della misura dell'acconto Ires e IRAP. Si sarebbe trattata di una misura finalizzata a dare temporanea liquidità alle imprese, perchè tanto le tasse le si sarebbe comunque dovute pagare, ma in un periodo in cui la liquidità per le imprese vale oro un assist del genere sarebbe stato davvero apprezzato. Purtroppo il comma 3 dell'articolo 10 prevede che l'ammontare non corrisposto in occasione delle date canoniche per il versamento degli acconti debba comunque essere versato nel "corrente anno". Si tratta molto probabilmente di un errore di redazione del testo. Tanto basta, dati i tempi ristretti, a rendere probabilmente inapplicabile (la relazione tecnica infatti stima un impatto nullo per la norma in questione in termini di gettito) una norma altrimenti utile.

mercoledì 9 luglio 2008

Tremonti specula sulla crisi programmatica del PDL?

Per uno come me che aveva dichiarato di non voler votare per la coalizione di centro destra perchè poco liberale, l'esito delle urne doveva rappresentare un castigo divino: il popolo si era pronunciato, per fortuna chiaramente; la maggioranza, ampia, c'era in entrambi i rami del parlamento; il governo si avviava a varare fondamentali provvedimenti nelle prime settimane di vita. E se così fosse stato sarebbe stato un bene per i sostenitori del PDL e per gli sprovveduti come me, in ultima analisi per il paese nel suop complesso.
Cosa abbiamo sotto mano? Una polemica al calor bianco sul potere giudiziario, con provvedimenti che hanno un beneficiario identificabile per nome e cognome.
Un nuovo fronte aperto con l'Unione Europea, istituzione con la quale ci sentiamo a disagio visto che da anni ormai non ne siamo all'altezza, sulla questione immigrati e rom da schedare.
E a far da ciliegina sulla torta un ministro dell'economia che orgogliosamente non perde occasione per farsi paladino di visioni ed analisi che di liberale hanno ben poco. Di fronte ad un Governatore che con diligenza svolgeva il suo compitino circa gli effetti sui consumatori finali della traslazione di un'imposta, il super-ministro non ha resistito al fascino della posa da caudillo e ha dichiarato: "noi non condividiamo questa impostazione". Noi magari vorremmo sforzarci di condividere la sua, ma nostro malgrado non troviamo appigli logici per poterlo fare in piena coscienza. Ci troviamo quindi di fronte ad un ministro non tanto socialista, quanto piuttosto da destra sociale in salsa italiana. Un ministro che giunto al governo sull'onda dell'indignazione per la pressione fiscale alle stelle non sa fare di meglio se non varare un DPEF nel quale si programma un aumento della pressione fiscale stessa e che tanto per rendere credibile il programma battezza una nuova tassa che inciderà su di un settore, quello energetico, dove già forti sono le pressioni sui prezzi dei prodotti finali.
A questo punto credo che sia giunto il tempo di porre una domanda agli amici liberali che han virato a destra credendo di poter governare il fenomeno PDL; di dover accettare dei compromessi per realizzare le riforme liberali possibili, ecc, ecc.
A questi amici chiedo se il prezzo che per intero hanno già pagato in queste settimane è congruo rispetto a quello che di liberale si potrà cavare fuori da questa maggioranza. Sono davvero disposti, da liberali, ad accettare vilipendio delle istituzioni, del buon senso e del buon governo, nuove tasse e tutta la corte dei miracoli per andare dietro al mito delle "imminenti" riforme liberali?

domenica 25 maggio 2008

Ordine pubblico uber alles?

La politica ambientale e quella energetica sono una cosa molto seria. Sono aspetti con i quali il nostro paese si gioca una fetta di credibilità e un'ampia parte del proprio futuro. Sono anche aspetti molto sensibili se si ha un'intera regione semi sommersa dai rifiuti ed un paese in continuo debito di energia. E badate bene, io non sono un esperto, ne sul piano teorico, ne sul versante applicato. E non posso nemmeno vantarmi di far parte di un governo unto dal voto popolare in maniera inequivoca. Però da cittadino e da liberale sento il bisogno di far emergere dei dubbi. In primo luogo, se esperti di rango mondiale come ad esempio Rubbia non hanno avuto modo di lavorare in questo paese, vuol dire che ci sono dei problemi non solo a livello territoriale, ma anche a livello centrale. Se, inoltre, miliardi di euro svaniscono nel nulla in Campania e nei campi affiorano barili di rifiuti tossici e radioattivi è difficile che tutto sia stato svolto alla chetichella da qualche malintenzionato. Forse il sistema politico ha scelto la via della connivenza. Questo tipo di questioni, vista la loro natura strategica, dovrebbe essere trattato dalle assemblee rappresentative: comunali, regionali, nazionali. Sarebbe bello vedere i principali uomini politici prendere parte al dibattito, conoscere le loro opinioni, ponderare le loro argomentazioni, valutare le loro proposte. In una democrazia dicono che si faccia così. Noi invece procediamo per decreto, senza dibattito, avallati dall'urgenza. Non solo, ma militarizziamo la questione, affidando all'esercito aspetti del vivere quotidiano che in tutti gli altri paesi sono affidati a semplici amministrazioni. Ora, al di la di tutte le questioni di forma, resta il fatto che i governi traggono legittimità dal consenso dei governati. Le immagini di questi giorni dimostrano che nelle zone di Chiaiano consenso non c'è n'è; ma non abbiamo invero nemmeno i meccanismi istituzionali per prevedere interventi compensativi. E la polizia che nella terra della camorra e delle ecomafie carica manifestanti inermi non è buon segno. Non è buon segno nemmeno un decreto della Repubblica che nascondendosi dietro l'urgenza consente al pubblico di fare, coperto dall'esercito, quello che per anni hanno fatto le ecomafie. Oggi in Campania, domani dove? Da liberale diffido e vivacemente protesto contro un modo di fare a base di decreti e stati d'assedio, soprattutto se la maggioranza che siede in parlamento è stata nominata da un solo padre nobile. Perchè vedete, se per avere strade senza rifiuti, treni in orario e qualche infrastruttura in più bisogna rinunciare alla dignità della democrazia forse è bene che ci si cominci a preoccupare per il futuro della nostra libertà.

lunedì 19 maggio 2008

Due incognite sulla via del federalismo fiscale

Il federalismo fiscale è stato uno dei cavalli di battaglia della coalizione di centro-destra e verosimilmente sarà una delle prime riforme strutturali che il nuovo governo varerà. Riforma di fronte alla quale è difficile rimanere indifferenti. Ma gli entusiasmi di molti (alcuni) e le paure di alcuni (molti) (dipende dai punti di vista) da cosa sono alimentati? Dalla propensione / avversione alle riforme, dalla voglia di scardinare / paura di perdere posizioni di privilegio, ad esempio. Ma no solo.
Se si guardano i dati si vede che la spesa è distribuita in maniera tutto sommato omogenea sul territorio nazionale. Le entrate sono molto più alte nelle regioni settentrionali dove si concentra un’economia più dinamica e meno opaca. In particolare, le entrate sono più alte delle spese al nord, sono più basse al sud. A livello di sistema paese si chiude complessivamente in deficit; disavanzi sotto la fatidica soglia del 3 per cento del prodotto in alcuni anni, superiori al 3 per cento quando ci si mette di mezzo la congiuntura sfavorevole. Il primo dilemma, insito nei dati, ci mostra la difficoltà di conciliare federalismo fiscale (nel senso che una parte delle entrate restano nel territorio dove sono state generate) e livelli di erogazione dei servizi non marcatamente differenziati a livello territoriale. Volendo qualificare questa affermazione, basta pensare ai bilanci regionali dove l’80 per cento delle spese è assorbito dalla sanità. Le regioni che vedrebbero diminuire le entrate dovrebbero tagliare i livelli di assistenza sanitaria per mantenere il saldo di bilancio lontano da deficit esplosivi e come tali insostenibili. Il secondo dilemma è rappresentato dal fatto che una riforma di questa portata (strutturale, appunto) è pensata mantenendo inalterati tutti gli altri elementi. Volendo fare esempi per quanto possibili concreti, come si fa a pensare che una regione possa rassegnarsi a veder diminuire il gettito senza adottare misure capaci di limitare o addirittura annullare tali tendenze? Se le regioni meridionali cominciassero a tagliare fortemente l’IVA, a ridurre l’imposizione sui redditi aziendali e, al limite, anche quella personale, siamo sicuri che il processo si risolverà in un esito del tipo: più gettito al nord, a parità di entrate totali? Un esito del genere avrebbe bisogno di un puntello che metta al bando la possibilità di concorrenza fiscale. Si depotenzierebbe la riforma in termini di vantaggi concreti ai cittadini ( in ultima analisi i veri beneficiari di politiche più concorrenziali anche a livello fiscale) e si capirebbe che la riforma stessa non si regge in toto sulla bontà delle sue idee ispiratrici e sul mercato, ma su una forma subdola di protezionismo di Stato. Immorale prima ancora che illegittima. Certo, le informazioni in possesso dei padri riformatori saranno di ben altro spessore rispetto a quelle disponibili ad un semplice blogger, e gli accorgimenti che accompagneranno la riforma saranno certo capaci di limitare gli effetti distorsivi. È questo il motivo della mia trepidante attesa, che oscillando tra speranza e paura spera di veder abbracciati l’entusiasmo che nasce dall’idealismo con la solidità di un disegno razionale. E abbracciati non a mo’ di ubriachi.