mercoledì 23 giugno 2010

Giulietto e i derivati

Il buon Tremonti tuona contro la scarsa trasparenza che a partire dagli strumenti finanziari derivati lambisce e intacca la stabilità del sistema finanziario nel suo complesso. Ma un ministro, quand'anche illuminato e armato di buoni propositi, ben poco può fare se il sistema finanziario non si decide ad adottare misure più rigorose. Quel che stupisce è che il ministro non sia coerente con le sue stesse enunciazioni di principio. Giace infatti da molti mesi inevasa la pratica della maggiore trasparenza dei contratti derivati degli enti locali italiani. L'ultima volta che si è avuta notizia della questione è quando è stata messa in consultazione una bozza di decreto di riordino della materia (settembre 2009). Inoltre, come sottolineato anche da alcune interrogazioni parlamentari, non si capisce perchè il Ministero non sia disposto ad adottare standard di trasparenza analoghi a quelli che intende accollare alle amministrazioni locali italiane per quanto riguarda la propria operatività in derivati. Se ci fosse una posizione chiara su questi due elementi sarebbe più facile interpretare e valutare la posizione perorata a livello internazionale.

martedì 18 maggio 2010

Spulciando tra le carte dell'unione europea - riflessioni poco edificanti di un euroburocrate

Il “braccio preventivo” del Patto di stabilità e crescita prevede che i paesi delineino un sentiero di convergenza delle proprie finanze pubbliche verso l’obiettivo di medio termine, definito come un saldo di bilancio in termini strutturali, ovvero al netto degli effetti del ciclo economico e delle misure temporanee. Gli obiettivi di medio termine sono country specific e vanno rivisti periodicamente. Nel luglio del 2009 il Consiglio Ecofin decise di accogliere una nuova metodologia per definire il benchmark di riferimento. L’algoritmo nella sua interezza non è pubblico. Quel che è stato reso pubblico è un emendamento al “Codice di condotta” che definisce gli elementi di cui è necessario tener conto nella definizione degli obiettivi. Sulla base delle istruzioni del Codice i nuovi obiettivi di medio termine devono scontare 3 elementi: 1) la stabilizzazione del debito su livelli prossimi al 60 per cento del PIL; 2) uno sforzo aggiuntivo per consentire la convergenza a questo livello, qualora si parta da valori in eccesso; 3) un ulteriore fattore prudenziale, per tener conto di almeno una parte degli effetti dell’invecchiamento della popolazione. La nuova metodologia è stata utilizzata per la prima volta negli aggiornamenti dei Programmi di stabilità presentati tra il dicembre 2009 e l’aprile 2010. Dato l’intento di maggior rigore, peraltro sollecitato dall’accumularsi delle tensioni sul versante delle finanze pubbliche, sarebbe stato lecito attendersi dei cambiamenti di un certo peso. La ricognizione dei Programmi offre però un esito per certi versi spiazzante. Con riferimento all’area dell’euro, si registrano 5 cambiamenti su un totale di 16 paesi. In 3 casi l’obiettivo è stato cambiato delineando obiettivi meno ambiziosi. È questo il caso della Finlandia, dell’Irlanda e della Germania (quest’ultima muta il suo obiettivo di medio periodo da un pareggio a un deficit di mezzo punto di PIL). Evolvono in senso migliorativo solo Slovacchia e Lussemburgo. Ponderando per il prodotto, l’obiettivo dell’area passa dal pareggio a un leggero deficit. Come esordio per criteri più restrittivi non c’è male.

giovedì 10 settembre 2009

Non miliardi ma mesi: sempre numeri al lotto

Da quanti anni i piloni dell'incompiuto svincolo di Battipaglia danno sfoggio di se nelle piane della (fu) Magna grecia? Facile! Secondo il titolo del Corriere sono 50 anni. Il che vuol dire 1959 grosso modo. E che traffico poteva mai esserci nel 1959 (la nuova500 è del 1957) da richiedere la costruzione di un nuovo svincolo? Intrigante! Leggendo, dopo poche righe, il periodo dell'incompiuta si riduce a "quasi mezzo secolo". Richiamando l'ex presidente della Regione si fa riferimento a "più di quarant'anni". Infine si dice che il primo stanziamento (non quindi apertura dei cantieri) risale al 1984. Venticinque anni quindi! In tempo di recessione e timori di deflazione a gonfiarsi son solo i titoli del Corriere.

mercoledì 9 settembre 2009

Derivati: numeri al lotto

Senza farla molto lunga, oggi una pagina intera del Corriere è dedicata a Rizzo e alla questione dei Comuni che con troppa leggerezza hanno fatto ricorso ai derivati finanziari. L'articolo riporta una stima dei debiti che i Comuni devono fronteggiare a fronte di tali strumenti: 27,2 miliardi. Solo che in luglio, la Banca d'Italia in una testimonianza resa in Senato ha presentato una relazione dettagliata nella quale le perdite potenziali collegate a derivati risultano dell'ordine di un miliardo. E' vero che i dati di Bnkitalia fanno riferimento solo all'operatività con banche in Italia, ma da 1 a 27 di spazio ce ne corre. Tre brevi considerazioni. Uno, se anche il grande Rizzo non sa resistere al sensazionalismo è finita. Due, in un momento come questo dove gli occhi degli operatori sono puntati sul bilancio pubblico per scorgerne le prime irrecuperabili crepe articoli di questo tipo non aiutano. Tre - più in generale - si tratta forse di un esempio del vezzo italico di mettere a scrivere di economia gente che altro non potrebbe fare. Chissà se e quando anche da noi allignerà il costume di avere un economista a scrivere, in manierra comprensibile, di questioni economiche.

venerdì 31 luglio 2009

Per Napolitano la prova del nove

Come giornali e tv hanno sottolineato, il Governo si è impegnato a correggere alcuni passaggi del decreto anticrisi per poter incassare il via libera del Capo dello Stato. Solo che questo quadretto bucolico da democrazia matura è stato incrinato dall'impennata del vulcanico Tremonti che pestando i piedi ha detto di non voler modificare la norma sule riserve auree della Banca d'Italia. Perchè? Perchè "l'oro appartiene al popolo". Bella frase, da caudillo sudamericano però. Perchè non si capisce che diritto abbiano gli italiani di oggi a frusciarsi delle riosorse che appartengono a un'entità mistica (culturale? storica?), il popolo appunto, che unisce in una sola entità gli italiani di ieri, di oggi e di domani. Non si capisce che razionalità economica ci sia dietro la vendita di attivi patrimoniali per finanziare spesa corrente (ciò non vuol dire che non ci possa essere, ma se ci fosse sarebbe bello esserne resi partecipi). Ma non è questo l'aspetto più importante. Quello sul quale vorrei invitarvi a riflettere è che i trattati europei hanno nel nostro ordinamento giuridico rango costituzionale. E la BCE dà pareri su quelle materie che possono intaccare l'autonomia del sistema europeo di banche centrali. E la BCE di pareri in materia ne ha già resi due, entrambi chiari nell'etichettare la norma proposta dal Governo italiano come lesiva dell'autonomia della banca centrale italiana e come tale contraria allo spirito e alla lettera dei trattati. Visto che i pareri sono stati resi noti, in italiano, giorni fa e che sono peraltro stati trasmessi direttamente anche alle autorità italiane nessun politico può dire di non sapere. Se la norma sull'oro rimane nella versione finale del decreto, il decreto conterrà una norma palesemente incostituzionale. E il Presidente della Repubblica cosa farà? Ammettiamo che da signore non si curi dello sfregio istituzionale che questo governo ha inteso arrecargli, non vorrà mica farne uno di suo alle istituzioni europee e, quel che più conta, al nostro stato di diritto. Forza Giorgio, fa qualcosa di democratico!

martedì 7 luglio 2009

Ma non ditelo a Brunetta

Che forse troppo impegnato a far le pulci al buon Tremonti (lotte tra titani dell'economia) dal ridotto della Funzione pubblica non si è accorto che il Decreto legge n.78 del 1° luglio 2009 ristabilisce le vecchie fascie orarie di reperibilità per i dipendenti della pubblica amministrazione (10.00 -12.00; 17.00 - 19.00). Solo che alcuni mesi fa la norma fu spacciata per una grande innovazione; ora la si sopprime alla chetichella. Se fu un errore introdurla (come alcuni sostennero visto che costringeva ad una sostanziale reclusione le persone) sarebbe bello, trasparente e responsabile ammettere l'errore. Se di errore non si trattò, bhè allora cosa sta succedendo? Una controrivoluzione?

sabato 21 febbraio 2009

Conclave liberale

Scrivo mentre De Luca e Diaconale sono impegnati in un faccia a faccia che potrebbe regalare una conclusione unitaria ed ecumenica al quinto congresso del PLI. Abbiamo fin qui assistito ad una due giorni di dibattito teso, a tratti aspro, con pochi spunti di grande valore.

Questo congresso è iniziato con una squadra, quella di Diaconale, votata all'attacco e con una arroccata in difesa, pronta a prendere in contropiede gli avversari al primo cenno di amnesia. Questa schematizzazione si è incagliata, da subito, sulla questione delle circa 200 tessere inoltrate oltre i termini previsti; leggerezza imperdonabile che ha pesantemente condizionato tutto il congresso. Un congruo numero di partecipanti è rappresentato da allegre scolaresche, piene di entusiamo, pronte a mettersi in gioco, ma totalmente inesperte.
Una conclusione unitaria è forse comprensibile, ma contro lo spirito di questa assise. De Luca ha gestito in maniera personalistica e verticistica il partito; ha sempre mirato a strappare un seggiolino piuttosto che a dare un'organizzazione e un radicamento al partito. Ha preferito, alle ultime politiche, cercare un accordo con tutti, anche con l'UDC, piuttosto che decidersi a raccogliere le firme. E anche quando la legge gli consentiva di presentare a gratis delle liste si è deciso a scendere in campo col simbolo del PLI solo dopo che anche le ultime porte di servizio erano state sbattute sul muso. Dopo le lezioni, per mesi, il partito non ha avuto una linea, non ha messo in cantiere uno straccio di iniziativa, frustrando le aspettative della maggior parte dei sui 103 mila elettori.
L'alternativa era chiaramente Diaconale. Cosa ci guadagna il direttore a dare tregua al segretario uscente? Se il direttore fosse uscito sconfitto dalla conta sarebbe rimasto nel partito, smentendo di fatto le voci cattive, e si sarebbe rafforzato regolarizzando le tante iscrizioni oggi escluse dal voto, legittimando la sua ascesa alla segreteria poco dopo. Se il patto dell'Aran sarà sottoscritto, il segretario avrà modo di arruolare nuove truppe cammellate, avrà modo di annacquare le istanze dei nuovi venuti, stempererà gli ardori con un abbraccio soporifero e, soprattutto, farà ricadere parte della responsabilità del verosimile scarno risultato alle prossime europee anche su Diaconale.
Anche attraverso una contrapposizione e, se necessario, attraverso una lacerazione questo poteva essere il congresso del rilancio di una politica liberale chiaramente identificabile come tale. Rischiamo invece di assistere ad un ennesimo rinvio, figlio di pastette, di compromessi e, in parte, della paura di essere coerenti con le proprie posizioni iniziali. E su queste basi non si costruisce una forza politica autonoma che possa parlare con autorevolezza e credibilità alla socieà italiana.

martedì 10 febbraio 2009

Idea per un decreto

Il Governo ha sottolineato più volte come i decreti siano per certi versi essenziali per poter dipanare in maniera efficace la propria attività. Se oggi non stiamo meglio di quanto sarebbe stato possibile è anche perchè qualcuno si è messo di traverso sulla strada di alcuni decreti che il Governo aveva delineato e in certi casi varato: opposizione, franchi tiratori, presidenti.
Per coerenza, a questo punto, il Governo non può che andare avanti su questa via, ricorrendo ai decreti legge spesso e volentieri.
Vi è però un intervento che ci sentiamo di poter suggerire. Si tratta di un intervento necessario ed urgente che nessuno potrebbe permettersi il lusso di non riconoscere come tale. Si tratterebbe di un testo molto breve e privo di tecnicismi. Suonerebbe pressapoco così: "Dal giorno successivo alla pubblicazione del presente decreto l'infelicità non avrà più diritto di cittadinanza nel territorio della Repubblica".
Certo il Presidente, con quella faccia, potrebbe non apprezzare o comprendere l'iniziativa, ma non potrebbe darlo a vedere perchè altrimenti questa volta rischierebbe l'impeachment.

lunedì 9 febbraio 2009

Incentivi anticrisi al consumo

Merita di essere segnalata l'iniziativa del Centro studi liberali che propone un'analisi breve ed incisiva della questione relativa agli incentivi governativi al consumo di determinati beni per tentare di arginare gli effetti della crisi. Da buon liberale mi pregio di sottolineare due dettagli.
In primo luogo, emerge con chiarezza il fatto che i liberali più sono sinceri e più fanno a gara per alienarsi le simpatie del pubblico. Non che la simpatia sia necessaria per ponderare la giustezza di determinate tesi, ma visto che non si tratta di un contributo accademico, quanto piuttosto di una indicazione di policy, sarebbe opportuno creare il terreno affinchè essa possa avere effettivamente una possibilità di successo. Manca ogni riferimento, infatti, al ruolo che questi interventi possono giocare come "ammortizzatori sociali". Da un punto di vista economico (assumendo che da un punto di vista retorico i liberali ortodossi non siano disponibili a dare credito all'ipotesi) si può argomentare che in vari casi (documentati) il mercato non sconta gradualmente le informazioni, ma è soggetto, complici le aspettative, a repentine virate. Esempi del genere sono diffusi nell'ambito dei mercati finanziari, talvolta si manifestano anche in quello dell'economia reale. Cambi bruschi di passo possono generare una reazione eccessiva rispetto a quella che sarebbe necessaria per raggiungere l'equilibrio in situazioni più distese (overshooting). Questo fenomeno incide negativamente sull'efficienza del sistema economico, allo stesso modo che consumare tutto oggi e niente domani è una strategia perfettibile, in termini di efficienza, per quanto riguarda le scelte di allocazione delle risorse individuali. Un intervento pubblico potrebbe limitare gli effetti negativi della reattività esasperata svolgendo quindi un ruolo positivo. Chi scrive non presume che un ragionamento analogo sia stato esplicitamente alla base delle proposte avanzate e nemmeno che il governo sia in possesso di dati per dimostrare che i benefici del suo intervento siano superiori ai costi. Tuttavia, bene avrebbero fatto gli amici liberali a considerare questa eventualità e magari ancor meglio sarebbe stato cercare di individuare evidenza per smontare questa tesi.
In secondo luogo, mi pare che un aspetto diu questa ridda di voci non sia stata colta e sottolineata a dovere. Il susseguirsi di annunci di sgravi e contributi, in misura sempre crescente e per uno spettro di beni sempre più ampio, incide sulle aspettative degli agenti economici (consumatori in primis, ma anche produttori) inducendo come effetto immediato una contrazione dei consumi. Chi vorrebbe e potrebbe acquistare determinati beni preferisce aspettare per poterdi beneficiare degli sgravi. Più confusione si fa e meno decisamente e in maniera trasparente si agisce tanto maggiore sarà l'effetto sostituzione, dato da un mero arbitraggio intertemporale degli acquirenti. E così facendo si sminuisce l'efficacia del provvedimento (con l'analisi in termini di efficienza mutuabile dal punto precedente) incrementando la porzione di spesa pubblica destinata a non sosrtire gli effetti attesi.

giovedì 5 febbraio 2009

Decreto Eluana: attentato alla vita delle istituzioni liberali

Circola in queste ore la voce che il Governo stia pensando di emanare un decreto legge per impedire che la sentenza della Cassazione a proposito del caso Eluana possa produrre i suoi effetti. Si traterebbe, nel caso si passasse dalle parole ai fatti, di un attentato alla vita delle istituzioni liberali nel nostro paese, un primo passo verso la repubblica degli ayatollha all'amatriciana.
Chi scrive ritiene che un segno evidente dell'arretratezza di questo nosro paese sia rappresentato dall'assenza di una legge che tuteli la volontà dell'individuo anche in circostanze estreme.
La questione però è differente, perchè, come più volte illustrato e sottolineato dal padre di Eluana, in questo caso c'è una lunga trafila di passaggi nei tribunali della Repubblica. E alla fine di questi lunghi ed estenuanti passaggi vi è una sentenza della suprema corte che riconosce un diritto e sancisce un principio.
I decreti nel nostro ordinamento si possono emanare solo in circostanze eccezionali di comprovata necessità e urgenza. Quali sono queste circostanze, tali da giustificare che il Governo esautori il Parlamento su una questione di natura etica? E perchè mai il Parlamento dovrebbe essere costretto a deliberare su una questione così importante nel termine implicitamente definito dalla vigenza del decreto prima di decadere? E perchè, più in generale, il Parlamento dovrebbe legiferare su questioni etiche senza garantire la massima libertà ai singoli individui?
Se il Governo ritiene che in maeria ci sia un vuoto legislativo, una legge dello Stato (n. 400 del 1988) lo autorizza a intervenire attraverso la produzione di un Regolamento. Se il Governo non intende procedere per questa via vuol dire che implicitamente riconosce che le norme del nostro sistema sono in grado, pur in maniera farraginosa, di tutelare la volontà di Eluana. Un intervento avente forza di legge in materia rappresenterebbe un intervento contro la volontà e i diritti di un singolo cittadino, cosa abominevole per uno Stato moderno.
PS: mi spiace che una questione individuale debba assurgere al ruolo di bandiera e di simbolo. Per quel che può valere, esprimo la mia solidarietà umana nei confronti della famiglia di Eluana.

martedì 27 gennaio 2009

Per non dimenticare l'orrore nazista

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

domenica 25 gennaio 2009

Commenti alla mozione di Impegnati-UPL al congresso del PLI

Cari amici, ritengo che la vostra iniziativa in quanto trasparente e alla luce del sole sia meritevole di apprezzamento. A ridosso di un congresso sarebbe infatti opportuno poter avere almeno un'idea della materia del contendere. Le linee generali del documento sono interessanti e condivisibili. Ci sono però dei dettagli che, a mio modo di vedere, lasciano a desiderare forse per una elaborazione troppo concentrata nel tempo. Spero che possiate accogliere con spirito costruttivo i rilievi critici che colgo l'occasione di presentarvi. Punti 1 e 2: ottimi. Punto 3: come si concilia con l'attuale statuto? Punto 4: ma se in 2 si è criticata l'azione del PDL e si pongono condizioni per un'alleanza, l'esordio del punto 4 è incoerente o, nella migliore delle ipotesi, limita fortemente il potere negoziale (visto che si indica un solo esito come coerente con le disposizioni congressuali). Inoltre, pensare che disposizioni dal centro siano il regolo per le alleanze alle amministrative è una posizione molto old stile che non collima con le esigenze e le istanze locali. Nell'appendice 1, quando si parla di "potere economico", si propugna a cuor leggero la bancarotta del sistema previdenziale pubblico (ve ne sarete accorti, no, che questo implica dire come voi fate: abolizione dell'obbligo di versamento dei contributi all'inps) e allo stesso tempo e sullo stesso piano l'inezia dell'abolizione dei sostituti d'imposta A proposito di Valori Naturali non mi è chiaro come in un contesto liberale lo Stato Liberale possa e debba introdurre la religione (laica) (feticcio) della moralità che si declina nell'onestà. Naturalmente nulla contro l'onestà e i suoi cultori, ma sono sempre un po a disagio quando la politica deve essere impostata su binari morali che come tali pre-esistono all'agire politico. Il passaggio successivo è preoccupante. Dopo aver esordito con la libertà e la proprietà privata, dopo esser passati per l'onestà, si arriva ai graffiti al congiuntivo e all'accademia della crusca. Scelta forse eccessiva, quantomeno nel paragrafo dei "Valori Naturali". Gli interventi delineati alla fine del paragrafo tornano ad essere incisivi, coerenti, appropriati. Il terzo paragrafo, titolato "Orgoglio italiano" ha un tono un po' troppo da sparata. Non vi sottraete al (talvolta tragico) errore di considerare la politica estera come strumento di prestigio e non come strumento per la tutela degli interessi nazionali. Non è chiaro cosa vogliate dall'Europa, cosa proponete per lei e come si colleghi all'orgoglio italiano. Spero che i miei commenti possano esservi utili per mettere a punto alcuni aspetti. Buon lavoro e a rivederci al congresso. Cari saluti, Dino Barti.

martedì 2 dicembre 2008

Misure anticrisi in crisi d'identità

Il decreto legge varato dal Governo per contribuire ad arginare gli effetti della recessione ha guadagnato le prime pagine dei giornali e ha suscitato notevoli aspettative. Credo però che, a conti fatti, molti resteranno delusi. La manovra infatti ha un leggero effetto restrittivo: riduce le spese e aumenta le entrate più di quanto allarghi i cordoni della borsa. Proprio quello che ci voleva in un periodo del genere! Che non si tratti di illazioni lo dimostra la lettura attenta (e paziente) della relazione tecnica allegata al decreto.
Per certi verso emblematico del modo affrettato ed approssimativo in cui questo testo è stato elaborato è l'articolo 10. Sulla carta avrebbe dovuto dare una mano alle imprese attraverso la riduzione della misura dell'acconto Ires e IRAP. Si sarebbe trattata di una misura finalizzata a dare temporanea liquidità alle imprese, perchè tanto le tasse le si sarebbe comunque dovute pagare, ma in un periodo in cui la liquidità per le imprese vale oro un assist del genere sarebbe stato davvero apprezzato. Purtroppo il comma 3 dell'articolo 10 prevede che l'ammontare non corrisposto in occasione delle date canoniche per il versamento degli acconti debba comunque essere versato nel "corrente anno". Si tratta molto probabilmente di un errore di redazione del testo. Tanto basta, dati i tempi ristretti, a rendere probabilmente inapplicabile (la relazione tecnica infatti stima un impatto nullo per la norma in questione in termini di gettito) una norma altrimenti utile.

mercoledì 9 luglio 2008

Tremonti specula sulla crisi programmatica del PDL?

Per uno come me che aveva dichiarato di non voler votare per la coalizione di centro destra perchè poco liberale, l'esito delle urne doveva rappresentare un castigo divino: il popolo si era pronunciato, per fortuna chiaramente; la maggioranza, ampia, c'era in entrambi i rami del parlamento; il governo si avviava a varare fondamentali provvedimenti nelle prime settimane di vita. E se così fosse stato sarebbe stato un bene per i sostenitori del PDL e per gli sprovveduti come me, in ultima analisi per il paese nel suop complesso.
Cosa abbiamo sotto mano? Una polemica al calor bianco sul potere giudiziario, con provvedimenti che hanno un beneficiario identificabile per nome e cognome.
Un nuovo fronte aperto con l'Unione Europea, istituzione con la quale ci sentiamo a disagio visto che da anni ormai non ne siamo all'altezza, sulla questione immigrati e rom da schedare.
E a far da ciliegina sulla torta un ministro dell'economia che orgogliosamente non perde occasione per farsi paladino di visioni ed analisi che di liberale hanno ben poco. Di fronte ad un Governatore che con diligenza svolgeva il suo compitino circa gli effetti sui consumatori finali della traslazione di un'imposta, il super-ministro non ha resistito al fascino della posa da caudillo e ha dichiarato: "noi non condividiamo questa impostazione". Noi magari vorremmo sforzarci di condividere la sua, ma nostro malgrado non troviamo appigli logici per poterlo fare in piena coscienza. Ci troviamo quindi di fronte ad un ministro non tanto socialista, quanto piuttosto da destra sociale in salsa italiana. Un ministro che giunto al governo sull'onda dell'indignazione per la pressione fiscale alle stelle non sa fare di meglio se non varare un DPEF nel quale si programma un aumento della pressione fiscale stessa e che tanto per rendere credibile il programma battezza una nuova tassa che inciderà su di un settore, quello energetico, dove già forti sono le pressioni sui prezzi dei prodotti finali.
A questo punto credo che sia giunto il tempo di porre una domanda agli amici liberali che han virato a destra credendo di poter governare il fenomeno PDL; di dover accettare dei compromessi per realizzare le riforme liberali possibili, ecc, ecc.
A questi amici chiedo se il prezzo che per intero hanno già pagato in queste settimane è congruo rispetto a quello che di liberale si potrà cavare fuori da questa maggioranza. Sono davvero disposti, da liberali, ad accettare vilipendio delle istituzioni, del buon senso e del buon governo, nuove tasse e tutta la corte dei miracoli per andare dietro al mito delle "imminenti" riforme liberali?

domenica 25 maggio 2008

Ordine pubblico uber alles?

La politica ambientale e quella energetica sono una cosa molto seria. Sono aspetti con i quali il nostro paese si gioca una fetta di credibilità e un'ampia parte del proprio futuro. Sono anche aspetti molto sensibili se si ha un'intera regione semi sommersa dai rifiuti ed un paese in continuo debito di energia. E badate bene, io non sono un esperto, ne sul piano teorico, ne sul versante applicato. E non posso nemmeno vantarmi di far parte di un governo unto dal voto popolare in maniera inequivoca. Però da cittadino e da liberale sento il bisogno di far emergere dei dubbi. In primo luogo, se esperti di rango mondiale come ad esempio Rubbia non hanno avuto modo di lavorare in questo paese, vuol dire che ci sono dei problemi non solo a livello territoriale, ma anche a livello centrale. Se, inoltre, miliardi di euro svaniscono nel nulla in Campania e nei campi affiorano barili di rifiuti tossici e radioattivi è difficile che tutto sia stato svolto alla chetichella da qualche malintenzionato. Forse il sistema politico ha scelto la via della connivenza. Questo tipo di questioni, vista la loro natura strategica, dovrebbe essere trattato dalle assemblee rappresentative: comunali, regionali, nazionali. Sarebbe bello vedere i principali uomini politici prendere parte al dibattito, conoscere le loro opinioni, ponderare le loro argomentazioni, valutare le loro proposte. In una democrazia dicono che si faccia così. Noi invece procediamo per decreto, senza dibattito, avallati dall'urgenza. Non solo, ma militarizziamo la questione, affidando all'esercito aspetti del vivere quotidiano che in tutti gli altri paesi sono affidati a semplici amministrazioni. Ora, al di la di tutte le questioni di forma, resta il fatto che i governi traggono legittimità dal consenso dei governati. Le immagini di questi giorni dimostrano che nelle zone di Chiaiano consenso non c'è n'è; ma non abbiamo invero nemmeno i meccanismi istituzionali per prevedere interventi compensativi. E la polizia che nella terra della camorra e delle ecomafie carica manifestanti inermi non è buon segno. Non è buon segno nemmeno un decreto della Repubblica che nascondendosi dietro l'urgenza consente al pubblico di fare, coperto dall'esercito, quello che per anni hanno fatto le ecomafie. Oggi in Campania, domani dove? Da liberale diffido e vivacemente protesto contro un modo di fare a base di decreti e stati d'assedio, soprattutto se la maggioranza che siede in parlamento è stata nominata da un solo padre nobile. Perchè vedete, se per avere strade senza rifiuti, treni in orario e qualche infrastruttura in più bisogna rinunciare alla dignità della democrazia forse è bene che ci si cominci a preoccupare per il futuro della nostra libertà.

lunedì 19 maggio 2008

Due incognite sulla via del federalismo fiscale

Il federalismo fiscale è stato uno dei cavalli di battaglia della coalizione di centro-destra e verosimilmente sarà una delle prime riforme strutturali che il nuovo governo varerà. Riforma di fronte alla quale è difficile rimanere indifferenti. Ma gli entusiasmi di molti (alcuni) e le paure di alcuni (molti) (dipende dai punti di vista) da cosa sono alimentati? Dalla propensione / avversione alle riforme, dalla voglia di scardinare / paura di perdere posizioni di privilegio, ad esempio. Ma no solo.
Se si guardano i dati si vede che la spesa è distribuita in maniera tutto sommato omogenea sul territorio nazionale. Le entrate sono molto più alte nelle regioni settentrionali dove si concentra un’economia più dinamica e meno opaca. In particolare, le entrate sono più alte delle spese al nord, sono più basse al sud. A livello di sistema paese si chiude complessivamente in deficit; disavanzi sotto la fatidica soglia del 3 per cento del prodotto in alcuni anni, superiori al 3 per cento quando ci si mette di mezzo la congiuntura sfavorevole. Il primo dilemma, insito nei dati, ci mostra la difficoltà di conciliare federalismo fiscale (nel senso che una parte delle entrate restano nel territorio dove sono state generate) e livelli di erogazione dei servizi non marcatamente differenziati a livello territoriale. Volendo qualificare questa affermazione, basta pensare ai bilanci regionali dove l’80 per cento delle spese è assorbito dalla sanità. Le regioni che vedrebbero diminuire le entrate dovrebbero tagliare i livelli di assistenza sanitaria per mantenere il saldo di bilancio lontano da deficit esplosivi e come tali insostenibili. Il secondo dilemma è rappresentato dal fatto che una riforma di questa portata (strutturale, appunto) è pensata mantenendo inalterati tutti gli altri elementi. Volendo fare esempi per quanto possibili concreti, come si fa a pensare che una regione possa rassegnarsi a veder diminuire il gettito senza adottare misure capaci di limitare o addirittura annullare tali tendenze? Se le regioni meridionali cominciassero a tagliare fortemente l’IVA, a ridurre l’imposizione sui redditi aziendali e, al limite, anche quella personale, siamo sicuri che il processo si risolverà in un esito del tipo: più gettito al nord, a parità di entrate totali? Un esito del genere avrebbe bisogno di un puntello che metta al bando la possibilità di concorrenza fiscale. Si depotenzierebbe la riforma in termini di vantaggi concreti ai cittadini ( in ultima analisi i veri beneficiari di politiche più concorrenziali anche a livello fiscale) e si capirebbe che la riforma stessa non si regge in toto sulla bontà delle sue idee ispiratrici e sul mercato, ma su una forma subdola di protezionismo di Stato. Immorale prima ancora che illegittima. Certo, le informazioni in possesso dei padri riformatori saranno di ben altro spessore rispetto a quelle disponibili ad un semplice blogger, e gli accorgimenti che accompagneranno la riforma saranno certo capaci di limitare gli effetti distorsivi. È questo il motivo della mia trepidante attesa, che oscillando tra speranza e paura spera di veder abbracciati l’entusiasmo che nasce dall’idealismo con la solidità di un disegno razionale. E abbracciati non a mo’ di ubriachi.

martedì 29 aprile 2008

Alitalia: chi compra cosa?

Che l'Unione europea non susciti grandi simpatie tra i politici italiani è cosa nota, dovuta probabilmente all'ignoranza delle regole che ne disciplinano l'operato. Ed oggi il buon Silvio ci ha fornito un caso di scuola: minacciare (avete letto bene, minacciare) di far acquistare l'Alitalia dal gruppo Ferrovie dello Stato. L'ipotesi è economicamente bislacca, ma per altri versi esilarante. L'Alitalia infatti è una società controllata dal Ministero dell'Economia e delle finanze quindi pubblica da questo punto di vista.
Nell'ambito dell'Unione europea vi è anche un'altra nozione che molto spesso, soprattutto se di mezzo ci sono i conti pubblici, fa capolino: quella di società market. Una società (tecnicamente una unità istituzionale) è considerata operare in regime di mercato se colloca i propri prodotti o servizi a prezzi economicamente significativi. Il prezzo è economicamente significativo se sue variazioni sono in grado di influenzare la domanda di mercato. In pratica, se la società riesce a coprire tramite ricavi di mercato almeno il 50% dei costi operativi è considerata un operatore di mercato e quindi non va ricompresa tra le Amministrazioni pubbliche. I pratici della questione, quindi, semplificano dicendo che le unità istituzionali o sono pubbliche (amministrazioni) o sono private. Da questo punto di vista l'Alitalia è privata in quanto opera applicando tariffe di mercato.
Evidentemente il nostro ha confuso i due piani: quello della governance societaria da un lato e quello della classificazione statistica dall'altro. Altrimenti non avrebbe senso dichiarare di voler acquistare una cosa che già fa parte del tuo patrimonio disponibile.
Va detto anche che l'Unione europea non avrebbe criticato un qualsiasi trasferimento di denaro all'Alitalia, ma solo quella parte corrisposta a prescindere da una corretta valutazione economico-finanziaria. Vuol dire che se immetti denaro fresco in una società decotta e senza prospettive di rilancio in realtà non stai facendo un investimento, ma stai foraggiando dipendenti, fornitori e tutti quelli che hanno avuto rapporti finanziari con la società beneficiata dal trattamento di favore. E' un po' l'analisi che farebbe un buon padre di famiglia: non investire in una impresa votata alla perdita. Che un atteggiamento di buon senso e che indirettamente tutela il contribuente possa essere stato oggetto di critiche veementi da parte del centro-destra è un segnale che non fa ben sperare.
Infine due ultimi aspetti. L'Unione europea non può ostacolare l'operazione, quindi la capacità di manovra dell'esecutivo non è messa in discussione o sminuita. Infine, nella peggiore delle ipotesi se alla fine di una lunga e complessa istruttoria il nostro paese dovesse essere riconosciuto colpevole di aver elargito aiuti di Stato sarà condannato a pagare una multa. Altri Stati europei, da tempo, finanziano alcune attività ritenute strategiche che però non presentano condizioni di economicità. Lo fanno con fermezza, senza polemizare con l'Unione, pagando una multa. Il giusto prezzo per conseguire contemporaneamente due obiettivi: mantenere la parola data coi trattati e favorire lo sviluppo di alcuni settori della propria economia. Ma noi, da veri provinciali, lo ignoriamo e proviamo l'ebbrezza della sfida che nasce dal gesto bello, roboante, ma fine a se stesso.

mercoledì 16 aprile 2008

Niente consultazioni

La vittoria del PDL può essere l'inizio di una nuova stagione per la politica italiana. E' verosimile che tra breve prenda vita un governo capace di governare per l'intera legislatura, governo che trae forza da una investitura diretta da parte dell'elettorato. E' bene che la politica cominci a darsi una svecchiata anche negli aspetti formali. Sarebbe quantomai opportuno che il Presidente della Repubblica assegni l'incarico di costituire un nuovo governo all'on. Berlusconi senza propinarci il rito inutile delle consultazioni. Consultazioni delle quale non v'è traccia nella carta costituzionale e che furono escogitate dalla partitocrazia per sminuire ulteriormente le prerogative della presidenza della repubblica. Oggi abbiamo la possibilità di cominciare lanciando un segnale innovativo; tornando allo spirito della costituzione del 1948.

martedì 15 aprile 2008

La vittoria di Veltroni

Con i risultati elettorali appena sfornati che consegnano una netta maggioranza al PDL sia in termini di seggi, sia di voti viene naturale parlare della sconfitta, più o meno prevedibile, di Veltroni e della disfatta della sua ala sinistra. Tuttavia varrebbe la pena non farsi prendere la mano dall'entusiasmo e chiedersi se non ci sia qualcosa che possa appagare, almeno temporaneamente, il buon Walter e i suoi compagni di strada. In effetti l'esperimento del PD è riuscito a conseguire un grande risultato nell'area di centro sinistra. Vengono spazzati fuori dal parlamento i gruppi della sinistra cashmir e/o antagonista; scompare per implosione il Partito Socialista che affannosamente nei mesi precedenti aveva tentato di rimettere insieme i vari cocci del PSI. Il sogno dell'egemonia, accarezzato per decenni dal PCI, si avvera sotto le insegne democratiche. Si parte da un 33 per cento di consensi. Si avrà tempo di strutturare meglio il partito, di cementarlo tramite un'opposizione dura a Berlusconi. E nel frattempo si avrà la possibilità di contribuire a riformare forse una legge elettorale in modo che non ci sia mai più spazio per i cespugli. Con la recessione alle porte e le grandi attese degli italiani da soddisfare in qualche modo non è detto che non pesi di più, in prospettiva, il fatto di essere diventati, per Walter e compagni, l'unica sinistra possibile.

domenica 13 aprile 2008

Aspettando la vittoria di Silvio

"Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità che si ottiene col vaccino" - Indro Montanelli, 26 marzo 2001.
Sperando che col quarto governo si raggiunga la dose sufficiente ad assicurare l'immunità per le prossime generazioni.